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Digiuno? Sì, ma dal peccato!

Digiuno? Sì, ma dal peccato!

Sai, il digiuno è molto più antico di Gesù. Già si praticava da secoli quando Lui camminava tra noi. Ma leggendo questo Vangelo, sembra quasi che Cristo ci inviti a qualcosa di diverso

Il mio in(solito) commento al Vangelo:
Quando lo sposo sarà loro tolto, allora digiuneranno (Matteo 9,14-15)

Gesù disse loro: «Possono forse digiunare gli invitati a nozze, quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare»” (v. 19). E Gesù, in questo momento, è con te: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Matteo 28,20). Ma allora: digiuniamo o non digiuniamo?

Un testo antichissimo, “Il Pastore di Erma” (prima metà del II secolo d.C.) riporta questa osservazione: “Dio non vuole questo tuo digiuno inutile. Perché digiunando in questo modo per il Signore, tu non fai niente per la giustizia. Digiuna, invece, per il Signore in questo modo: non far nulla di male nella tua vita e servi il Signore con cuore puro; obbedisci ai suoi comandamenti, nessun desiderio cattivo nasca nel tuo cuore. … Se tu agirai così, porterai a buon fine un digiuno importante e gradito a Dio” (Il pastore di Erma 54).

Ma allora dobbiamo digiunare o no? Digiunare o mangiare con moderazione in tempo di Quaresima non ci farà certo male se siamo in buona salute. E sarà un buon modo per ricordare i quaranta giorni trascorsi da Gesù nel deserto, dopo il Battesimo nel Giordano, prima di iniziare il suo ministero pubblico. Ma anche i quaranta giorni e le quaranta notti di pioggia del diluvio universale, i quaranta giorni passati da Mosè sul monte Sinai, i quaranta giorni che impiegarono gli esploratori ebrei per la ricognizione della terra in cui sarebbero entrati, i quaranta giorni di cammino del profeta Elia per giungere al monte Oreb, i quaranta giorni di tempo che, nella predicazione di Giona, Dio dà a Ninive prima di distruggerla e, non ultimi, i quarant’anni trascorsi da Israele nel deserto. Sono tutti episodi che hanno a che fare con il sacrificio e, in qualche misura con il digiuno. Dunque, non è tutta responsabilità di quel monaco del 300 d.C. se oggi ancora in Quaresima noi cattolici digiuniamo. In fondo il digiuno era un rito di purificazione a cui spesso si ricorreva per rafforzare la preghiera prima di un avvenimento importante. Di questo troviamo numerose tracce nell’Antico Testamento.

Il Vangelo di oggi ci aiuta ad orientarci. Lo sposo è Gesù, il Messia tanto atteso, che si è rivelato al popolo come Figlio di Dio. In presenza dello sposo non si digiuna. Perché la presenza di Cristo ci riempie, ci offre una meta, dà un senso alla nostra esistenza che altrimenti sarebbe vuota. Nei quattro Vangeli incontriamo spesso Gesù banchettare (e spesso notiamo che lo fa con peccatori e pubblicani, le pecore smarrite da ricondurre all’ovile). Perché il Vangelo è buona notizia, è gioia, è vita. Il digiuno invece richiama in noi un senso di vuoto, di mancanza, ma anche di penitenza. Il digiuno simboleggia il privarsi di tutto ciò che occupa il posto di Dio e degli atteggiamenti arroganti che distruggono la relazione con Dio e con i fratelli. Dunque, ben venga il digiuno!

In chiusura vorrei ricordare un frammento del discorso di San Giovanni Paolo II ai giovani riuniti in Piazza San Pietro nel marzo del 1979: “Il digiuno è un simbolo, è un segno, è un richiamo serio e stimolante ad accettare o compiere rinunce. Quali rinunce? Rinuncia all’’io’, cioè a tanti capricci o aspirazioni malsane; rinuncia ai propri difetti, alla passione irruente, ai desideri illeciti”. “Digiuno è saper dire “no”, secco e deciso, a quanto viene suggerito o chiesto dall’orgoglio, dall’egoismo, dal vizio, dando ascolto alla propria coscienza, rispettando il bene altrui, mantenendosi fedeli alla santa Legge di Dio. Digiuno significa porre un limite ai tanti desideri, talora buoni, per avere il pieno dominio di sé, per imparare a regolare i propri istinti, per allenare la volontà nel bene”. Digiuno, afferma ancora San Giovanni Paolo II, significa privarsi di qualcosa “per sovvenire alla necessità del fratello, diventando, in tal modo, esercizio di bontà, di carità”. #Santanotte

Alessandro Ginotta

Il dipinto di oggi è: “Cristo benedicente”, di Carlo Dolci, 1649, olio su metallo, 43,2×26 cm, Museo del Louvre, Parigi

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